Il primario di malattie infettive in pensione dal 1° novembre. «Il livello raggiunto mi avrebbe permesso di essere ancora utile»
PISA. Voleva restare ancora in servizio. In prima linea a combattere quella battaglia contro il coronavirus iniziata da lui, come da migliaia di medici e infermieri in tutta Italia, un anno e mezzo fa.
Ma le regole, rigide e fredde, non guardano all’energia, alla competenza e alla voglia che un professore come Francesco Menichetti ha ancora da spendere per la causa. E così, il prossimo 31 ottobre, sarà l’ultimo giorno di lavoro del primario di Malattie infettive all’ospedale di Pisa. Anche se un altro incarico, alla casa di cura San Rossore, lo vedrà continuare a esercitare privatamente la professione medica.
«Sembra illogico mettermi a riposo dalla sera alla mattina. Siamo stati in prima linea nell’assistenza ai degenti e anche nella ricerca contro il coronavirus ormai da un anno e mezzo – dice Menichetti con il suo consueto tono pacato ma che non nasconde il rammarico per questa scelta –. Quando si raggiunge l’età limite, e io ho compiuto da poco 70 anni, le regole sono chiare. Ma probabilmente, almeno nel mio caso, avevo raggiunto un livello di maturità ed equilibrio di un percorso lungo che mi avrebbe permesso di essere ancora utile alla causa».
Classe 1951, il 21 settembre ha spento 70 candeline. La maggior parte dedicate proprio alla medicina. Laureato in medicina e chirurgia nel 1976 con 110 e lode, entra in servizio tre anni dopo e nel 1981 si specializza in medicina interna con il massimo dei voti all’Università di Perugia e si specializza in malattie infettive all’Università di Siena nel 1986. Come dirigente a Pisa arriva nel 1994, sempre nell’unità di Malattie infettive. E nel 1999 ne diventa primario.
«Il mio era l’incarico più longevo per un primario, un rapporto che cessa con l’Università e l’ospedale di Pisa nel momento di massima capacità prestazionale, di massima efficacia – spiega ancora Menichetti –. Ci tengo a dire, però, che cesserà a breve un rapporto di dipendenza, ma non verrà certo la mia identità e il mio impegno dopo un periodo così difficile». Identico concetto che un altro medico prossimo alla pensione, l’infettivologo Massimo Galli, aveva espresso pochi giorni fa. «Non abbandono la trincea, noi medici, come i magistrati, non vorremmo mai lasciare l’incarico». Un’idea simile a quella di Menichetti. «Continuerò a fare il medico, non intendo appendere il camice e lo stetoscopio al chiodo. Continuerò a indossare il camice e nella tasca avrò lo stetoscopio. C’è ancora bisogno di medici e c’è un bisogno ancora più importante di medici in questo periodo. Competenze e conoscenze richiedono studio, applicazione e tempo per trasformarsi in esperienza. Anche se per questa pandemia, credo, fosse impossibile prepararsi in anticipo. Abbiamo lavorato spesso sull’emergenza, ma convinti che questa battaglia potesse essere vinta. Quando ci riusciremo in via definitiva? Credo tra il 2022 e il 2023. Una battaglia ancora lunga, che mi sarebbe piaciuto portare a termine».
Menichetti inizierà a lavorare per la casa di cura privata San Rossore. «Proseguirò la mia attività di libera professione in questa struttura privata – dice l’ormai prossimo ex primario di alattie infettive –. Ovviamente resterò a disposizione, come medico e come ricercatore, di qualunque istituzione sanitaria toscana e pisana avesse bisogno di me e delle mie competenze e conoscenze per ogni tipo di supporto o progetto. Continuando a fare il medico proverò anche a coltivare alcune delle mie passioni, in particolari il golf e i viaggi. E, come è giusto che sia, dedicherò il mio tempo anche alla mia famiglia».